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Il termine “cenacolo” deriva
dal latino “Cenaculum” (che deriva a sua volta da
“cenare”che significa appunto consumare un pasto).
Con questo termine viene
indicata la stanza dove Gesù consumò l’ultima cena con gli Apostoli
istituendo il sacramento dell’eucarestia
e dove poi, secondo la tradizione, discese sugli Apostoli lo spirito
santo il giorno della Pentecoste. Il
termine cenacolo viene quindi utilizzato per indicare i dipinti che
rappresentano “l’Ultima Cena”.
Rappresentazioni di questo genere possono venir ammirate nei
refettori dei maggiori conventi fiorentini dove, a partire dal 1400,
i principali artisti rinascimentali iniziano a mostrare interesse
nei confronti del tema dell’ultima cena. Questi monasteri occupavano
originariamente aree molto estese situate al di fuori delle mura più
antiche e successivamente inglobate nell’ultima cerchia muraria. La
struttura architettonica, ideata dai Benedettini, comprendeva spazi
destinati alla vita solitaria dei frati e altri per la vita
comunitaria e fra questi ultimi aveva un importanza rilevante il
Grande Refettorio.
Il Refettorio aveva per i monaci quasi un
carattere sacro, sia perché il pasto in comune simboleggiava la
comunione di vita, sia perché in esso erano letti i sacri testi che
accompagnavano il pasto dei monaci i quali così procedevano a
nutrire sia il corpo che l’anima. Inoltre all’interno di questo
ambiente venivano accolti anche estranei e personalità di riguardo,
perciò il refettorio doveva avere un aspetto solenne. Solitamente
consisteva in una stanza rettangolare con
soffitto a capriate nel
Trecento, a cassettoni o a volte nel Quattrocento che presentava
degli affreschi sulla parete opposta all’ingresso. Nel ’500 gli
affreschi vennero sostituiti con pannelli rettangolari dipinti per
andare incontro al nuovo gusto artistico. La decorazione dei
refettori ebbe luogo in seguito al consolidamento dell’ordine
religioso a cui apparteneva il convento e con il passare del tempo
andò ad assumere un’iconografia sempre più peculiare.
Dalla prima
metà del ’300 al 1450 circa la parete di fondo consta di due
soggetti di decorazione: la crocifissione e l’ultima cena. Il primo
esempio si ha con Taddeo Gaddi nel refettorio del convento di Santa
Croce del 1350 e si arriva fino a
Andrea del Castagno in Sant’Apollonia
nel 1447. In seguito questo schema compositivo verrà sostituito con
la raffigurazione di un unico soggetto: l’Ultima Cena. Tale
raffigurazione rappresenta il clima della vita terrena di Cristo e
parve singolarmente adatta a decorare i grandi refettori conventuali
per il tema ideale della meditazione e di preghiera offerto alla
comunità monastica riunita per consumare i pasti. Inoltre la sua
diffusione è anche dovuta all’affermarsi della prospettiva come
tecnica pittorica. In seguito alle soppressioni ottocentesche degli
ordini monastici, da ambienti di clausura i refettori sono divenuti
parte integrante di strutture museali dove oggi è possibile cogliere
le diverse espressioni con cui i grandi maestri hanno rappresentato
la spiritualità dell’ultima cena.
La produzione di queste opere è soprattutto un fenomeno fiorentino,
ma non bisogna dimenticare che una delle rappresentazioni più
significative dell’Ultima Cena si torva a Milano; è il Cenacolo
delle Grazie ed è stato dipinto da
Leonardo da Vinci. A Firenze,
anche grazie all’influenza cha aveva esercitato l’opera di Leonardo,
nel corso di pochi decenni si giunse alla realizzazione di
capolavori di eccelso valore artistico.
I
principali affreschi dell’ultima cena (cenacoli) fiorentini sono:
- Cenacolo di Santa Croce.
L’ultima cena è stata rappresentata intorno al 1340 circa da Taddeo
Gaddi con sopra ad essa l’Albero della Croce e altre scene.
Anticamente era stata attribuita a Giotto ed è forse la prima grande
rappresentazione della “Cena” a Firenze.
Cenacolo di Santo Spirito.
Consiste in un frammento dell’ultima cena (sottostante la scena
della crocifissione) affrescato da Andrea Orcagna intorno al 1370.
- Cenacolo di Santa Apollonia.
L’ultima cena (risalente al 1450 circa), è sovrastata dalla
Crocifissione, Deposizione e Resurrezione ed è il capolavoro di
Andrea del Castagno.
Cenacolo della Badia di Passignano. Questo consiste nella
prima rappresentazione dell’ultima cena di Domenico Ghirlandaio,
risalente al 1476.
-
Cenacolo di Ognissanti. Anche questa ultima cena è stata
dipinta da Domenico Ghirlandaio nel 1480 nel refettorio grande del
convento di Ognissanti. Di questo affresco è visibile anche la
sinopia.
Cenacolo di San Marco. Costituisce un affresco di
Domenico Ghirlandaio raffigurante l’ultima cena e risalente al 1482;
decora il refettorio piccolo del convento domenicano di San Marco.
Cenacolo di Fuligno. Questa ultima cena è stata dipinta
dal Perugino nel 1495 nell’ex convento delle terziarie francescane
di S. Onofrio, detto di Fuligno.
- Cenacolo della Calza. È l’ultima cena affrescata intorno
al 1514 da Francesco di Cristofano, detto
Franciabigio, nel convento
di San Giovanni Battista detto della Calza.
-
Cenacolo di San Salvi. Andrea del Sarto dipinse
nell’antico refettorio dell’ abbazia vallombrosana il suo capolavoro
più spettacolare, iniziato nel 1519 e terminato nel 1527.
Cenacolo di Santa Maria del Carmine.
È l’ultima cena affrescata nel 1582 da
Alessandro Allori
- Cenacolo di Santa Maria Novella.
È l’ultima cena dipinta da
Alessandro
Allori fra il 1584 e il 1597.
Storia iconografica del
cenacolo:
Nella rappresentazione
dell’Ultima Cena il gruppo dei principali attori del dramma sacro
sono: Gesù, Giovanni, Pietro e Giuda. È su di essi che si
concentrano tutti i pittori dei cenacoli. Il serrato scambio di
battute fra loro suscita reazioni passionali e repentine, che danno
luogo a gesti topici, particolarmente eloquenti. I pittori hanno
dovuto convertire in immagini i testi differenziati, se non
addirittura contraddittori, dei quattro Evangelisti, che nonostante
ciò si trovano d’accordo sugli episodi salienti dell’Ultima Cena:
l’annuncio del tradimento di uno dei commensali, l’accorata domanda
collettiva (sono forse io, Signore?), la risposta di Cristo
sull’identificazione del traditore (colui che intingerà insieme con
lui la mano col pane nel catino), lo scambio di battute con Giuda,
la benedizione del pane e del vino, la prima
eucarestia.
Gli artisti
si ispirarono principalmente al vangelo di Giovanni e si cimentarono
in una raffigurazione sintetica e simultanea di tutti gli eventi
ricordati, conferendo il dovuto risalto ai protagonisti del
drammatico colloquio. Per quanto riguarda la rappresentazione della
figura di Giuda, questo nelle Ultime Cene trecentesche di Taddeo Gaddi, di Andrea Orcagna e del Perugino, così come in quelle più
tarde del Ghirlandaio, occupa sempre una posizione isolata sulla
destra e guarda il gruppo principale, così che anche l’osservatore
più sprovveduto può essere in grado di identificare il traditore
immediatamente. Inoltre nei cenacoli più antichi la mano di Giuda si
allunga nell’atto di intingere nel catino comune il boccone che lo
rivelerà , a conferire corposa evidenza al passo evangelico. Invece
per Andrea del Castagno in Sant’Apollonia (una delle rarissime cene
in cui Giuda siede alla sinistra dell’osservatore), così come per il
Ghirlandaio e il Perugino, l’atto didascalico e esagitato del
traditore è sostituito da una posa statica e riflessiva, ombrata di
malinconia. Una forte carica emotiva viene invece rappresentata
nell’ultima cena del Franciabigio il quale non pone Giuda nella sua
posizione canonica bensì lo fa alzare e protendere verso Gesù
sconquassando così lo sgabello sul quale era seduto che rimane preso
in un lembo di manto e rovesciando la saliera. Per quanto riguarda
la figura di Giovanni questo si trova piegato lateralmente sul
grembo di Gesù in Taddeo Gaddi mentre in Andrea del Castagno viene
rappresentato piegato sul tavolo, con la guancia poggiata sul
braccio.
Questa iconografia dal forte accento sentimentale si
manifesta anche nei cenacoli successivi, come quello in San Marco
del Ghirlandaio o in quello del Perugino e si manifesta in forma
così addolcita da trasformare il mancamento in un sonno. È del
Perugino l’invenzione gentile della mano di Cristo che poggia sulla
spalla di Giovanni. Intorno ai quattro personaggi principali gli
altri nove apostoli, più spettatori che attori del dramma sacro,
partecipano del clima percorso da dubbiosa agitazione. Questo
rientrava nella codificazione del soggetto operata nell’arco di un
secolo e mezzo almeno. Fin dagli esempi più antichi gli apostoli
sono raffigurati in modo da esprimere una gamma di sentimenti che va
dalla sorpresa allo sconforto, all’angoscia, all’interrogazione
reciproca, al dubbio di sé. Nelle varie interpretazioni offerte dai
pittori del Tre e Quattrocento in Firenze si delineano anche gesti
tipici che valgono a caratterizzare il temperamento di alcuni
apostoli sulla base di modelli riconoscibili; ad esempio a Tommaso,
notoriamente tendente all’incredulità, viene assegnata la posa di
chi dubita.
La rappresentazione dell’Ultima Cena a Firenze subisce
poi degli influssi molto importanti dal Cenacolo delle Grazie
affrescato a Milano da Leonardo da Vinci che sconvolge le posizioni
dei commensali e aggiunge alla scena un grande senso patetico e
drammatico. La prima adesione scoperta alle invenzioni di Leonardo
si registra nell’opera di Franciabigio che rappresenta gli apostoli
con un’aura psicologica turbata e un grande impeto passionale, che
si volgono l’un l’altro e giungono perfino all’ alzarsi con una
libertà di movimento fino allora sconosciuta negli affreschi
fiorentini. È tuttavia con il magnifico affresco di Andrea del Sarto
nel convento di San Michele a San Salvi, databile al 1526-1527, che
la ricezione del capolavoro vinciano può dirsi attuata in Firenze.
Dal cenacolo delle Grazie è tratta la disposizione dei commensali,
che scioglie il serrato schema tre-quattrocentesco dei rapporti tra
i personaggi principali isolando la figura di Cristo e propagando
l’intensità dell’evento fino alle estremità del lungo tavolo, nel
commosso ma misurato gestire degli apostoli. Con il cenacolo di San
Salvi la tradizione fiorentina raggiunge il suo apice di inventiva e
qualità, per poi assestarsi in un modello ripetitivo, su cui si
innestano arricchimenti iconografici ispirati al fasto del
cinquecento maturo, quando si moltiplicano le vivande, i vasellami,
i servi, come è ben visibile nei cenacoli di
Alessandro Allori. |